Il Terzo Indizio, trash a palate su Rete4

by ANSiAPOP 2.729 views0

Il Terzo Indizio, trash a palate

Il Terzo Indizio è il nuovo programma di Rete4 ad alto tasso trash appositamente pensato per i drogati di nera e presentato da Alessandra Verio

Si tratta in buona sostanza di una docufiction che nasce come spin off di Quarto Grado, ma in realtà Il Terzo Indizio è un nome in codice per The Lady 3

Ricalcando (leggi copiando) lo schema di Amore Criminale (il suo corrispettivo Rai), vengono raccontati con maniacale amore per il dettaglio morboso alcuni tra i più efferati casi di cronaca degli ultimi anni. I delitti vengono teatralizzati minuziosamente con l’aiuto di poraccissime ricostruzioni farcite di attori cani e insert futuriste da parte di una narratrice opportuna come una scoreggia in chiesa durante la messa del 24 dicembre.

Ieri sera, per la prima gloriosa puntata, Alessandra Verio si è data la pena di analizzare il caso della povera Melania Rea, la donna uccisa dal marito Salvatore Parolisi, caporal maggiore porcellone in stanza ad Ascoli Piceno in una caserma infestata da militari arrazzatissimi e reclute ninfomani.

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Alle abborracciate ricostruzioni si sono così alternate le tristi interviste di rito ai parenti della vittima, avvocati, testimoni più o meno chiave, filmati privati e reperti audio che sono stati mandati in loop per mesi da quarto grado (compreso il famosissimo ci stà nu’ cuorp). Ma poco importa, le intercettazioni tra Parolisi e la sua amante equivalgono a un appetente per cani in una scatoletta di Whiskas agli occhi del pubblico morboso, assetato di particolari scabrosi e dalla bocca buona. Tutto fa brod(aglia)o.

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Parlare degli attori che danno vita alle scenette equivale a sparare sulla Croce Rossa, va da sé, ma una nota di (de)merito bisogna necessariamente spenderla per l’interprete del Parolisi che si dimentica (o forse non è stato informato del fatto) che il marito della povera Rea sia campano, così il suo accento oscilla da inquadratura a inquadratura assumendo sfumature dialettali che vanno dal sardo, al torinese, al pescarese, così un po’ random.

All’interno delle ricostruzioni l’inviata sbuca come una silente corifea greca nei momenti più assurdi. Prende le redini del racconto uscendo fuori da dietro una porta o balzando fuori da dietro le spalle degli attori con incedere sacro. L’apice lo sfiora quando entra in scena mettendosi tra la povera Rea, intenta a fare la pipì dietro un albero, e Parolisi vestito alla full metal jacket che soffia come un muflone mentre si prepara all’uxoricidio, sospendendo così l’azione come in un horror movie di serie Z.

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Un altro momento di trash memorabile che non può essere ignorato è la virata porno soft che assume la ricostruzione, quando il marito della Rea e l’amante senza scrupoli inciuciano su un letto seguiti dalla telecamera malandrina con inquadrature da sgurgola che lasciano intendere appaganti accoppiamenti (con tanto di dettaglio della manina di lei che si distende sul cuscino). Roba che la regia di Lory Del Santo sembra Kurosawa.

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Tutto immensamente trash, tutto immensamente fuori posto ma tutto pensato e creato a uso e consumo di quel pubblico boccalone e famelico che sta un gradino al di sotto di quello delle stiratrici della D’Urso (ma anche per quelli che, in attesa delle nuove puntate di The Lady, vogliono farsi due ciniche ghignate a buon prezzo, ma a scapito di qualche neurone temo (ma speriamo di no).

Per quanto riguarda il tenore della conduzione di Alessandra Viero (in morphing tra Katherine Jenkins e Michelle Pfeiffer) provate a figurarvi un Festival di San Remo presentato da una Milly Carlucci alla quale è stato detto, tre minuti prima di andare in onda, che sono morti Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Tiziano Ferro in un incidente sull’A1. Immaginatevi la funerea perseveranza nonostante il dramma, il contegno di una che si vuole dare un tono da consumata professionista, con tutti i luoghi comuni del caso: vestiti neri, sorrisini di circostanza appena abbozzati. Non voglio offendere la sensibilità di nessuno ma faccio comunque entrare Patty Pravo a cantare sul palco… Una robina così, di gran gusto insomma, caviale televisivo per palati sopraffini.

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Quando poi le altre due inviate-detective, vallette della morte Stefania Cavallaro e Alessandra Boccia, raggiungono la becchina dell’etere Verio-Jenkins mettendosi spalla a spalla con lei per il gran finale in una coreografia dell’orrore ideata da un regista genio, le tre si trasformano immediatamente in una sorta di Bananarama zombie vestite di nero, con la bionda al centro e le more ai lati. Inquadrature indimenticabili.

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Insomma Il Terzo Indizio è quella solita, malsana palata di cronaca nera morbosa travestita da giornal(ett)ismo, quella virgola di trash necessaria nella lunga pausa di attesa che passa tra Quarto Grado il Venerdì e Chi L’ha Visto il mercoledì.

A chiosare inequivocabilmente l’interesse del carrozzone Verio per le storie scabrose, più che per il reale interesse di informare (di cosa poi?), c’è anche il presupposto da cui parte il programma: una massima di Agatha Christie…

Ma non sarebbe meglio fare riposare un po’ in pace sia Agatha Christie che la povera Melania Rea?

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Il Terzo Indizio trash

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